
TOM WARREN NEW YORK

VITTORE BARONI VIAREGGIO



GIORGIO LONER MERANO
MARA MASCARO MILANO
Ho letto con attenzione le tue considerazioni sul potere e le condivido, in particolare ciò che riguarda il rapporto tra individuo e potere, la formazione da parte del potere della cultura individuale, tale che l’individuo diventa portatore acritico del potere stesso, e l’identificazione del potere con la normalità.
Si potrebbe dire che il rapporto ottimale tra la società e l’individuo è quando l’individuo può interagire con le regole sociali per modificarle e la società lascia libero spazio all’espressione individuale.
Non parli invece di capacità critica individuale, dell’opportunità di diffondere la cultura dell’autocoscienza, in quanto, tutto ciò che l’individuo dice o fa, volontariamente o involontariamente, va a incidere sulla cultura generale. Occorrerebbe raggiungere la consapevolezza delle conseguenze che derivano dalle nostre parole e azioni.
Propongo di affrontare questi temi secondo un ottica biologica ed in particolare secondo l’epistemologia evolutiva, poiché il percorso mentale che hai sviluppato potrebbe trovare maggior possibilità di approfondimento. (Chiaramente questa è l’ottica di chi vive in un ambito biologico, ma anche di chi crede che la biologia è la scienza che meglio affronta il rapporto individuo società)
D’altra parte anche tu parti dal tuo corredo genetico per arrivare ad analizzare l’importanza degli influssi esterni, capaci di modulare l’informazione genica individuale. Però non delinei le reciproche responsabilità, e neppure parli delle loro correlazioni.
Prima di tutto definirei i geni come fornitori di informazioni rigide, evolutivamente selezionati, modulabili dagli elementi ambientali (aspetti fenotipici).
I geni forniscono le informazioni necessarie per la costruzione degli enzimi utili alla realizzazione dei processi metabolici, mentre l’ambiente fornisce i substrati necessari. Se mancano i substrati, il metabolismo non funziona, impedendo il perpetrarsi delle informazioni geniche stesse. Il sistema funziona solo se l’informazione genica e i substrati esogeni si equilibrano in modo ottimale. Tutto questo deriva dalla capacità autoorganizzativa di un sistema complesso.
E’ l’uomo che suddivide questo sistema complesso in individui ed ambiente. Potrebbe assumere una visione atomica, e considerare l’individuo e l’ambiente come formati da atomi, oppure potrebbe utilizzare altri nodi o metodi descrittivi.
Questa visione è diversa rispetto le ottiche precedenti che si fondavano sugli opposti : il bene e il male , il giusto e lo sbagliato, il capitalista e l’operaio, l’essere vivente e la natura inanimata. Un sistema complesso, può essere capace di realizzare uno stato di apparente equilibro, definito autoorganizzazione.
In questa autoorganizzazione l’individuo identifica dei nodi e delle modalità interpretative, parzialmente predefinite geneticamente.
I geni infatti danno informazioni per costruire gli organi di senso che rilevano l’ambiente esterno, ma anche il cervello che le coordina. Il cane definisce il suo ambiente prevalentemente con una serie di rilievi olfattivi, mentre il pipistrello con una mappatura che è molto simile a quella che l’uomo realizza con un ecografo. Inoltre, secondo le più moderne visioni delle scienze cognitive, i collegamenti cerebrali di risposta alle informazioni sensoriali sono stati selezionati specificatamente al fine di ottenere la risposta funzionale migliore per la sopravvivenza dell’individuo. La coscienza non risiede quindi nel cervello ma nell’equilibrio tra l’ambiente esterno e le elaborazioni cerebrali che producono delle risposte e solo la loro funzionalità per la sopravvivenza ne decreta la loro fissazione.
Sono ancora i geni che forniscono le informazioni per la realizzazione degli enzimi utili a permettere il processo biochimico della fotosintesi clorofilliana ma è la disponibilità della luce, e delle materie prime che ha permesso ad alcune piante, prive di tronco, di produrre un esubero di metaboliti, che depositati al loro interno, sotto forma di celulosa, hanno dato origine ai tronchi arborei, favorendo una maggiore esposizione solare e quindi un rafforzamento adattativo dell’albero.
Mi scosto un attimo dal discorso biologico per osservarlo in termini filosofici, sto parlando di evoluzione, del passaggio da uno stato biologico ad un altro. L’evoluzione è un’ espressione dei sistemi complessi, dove fattori, anche apparentemente insignificanti, possono attivare importanti rimodellamenti del sistema stesso. Il sistema complesso non può ridursi ad una descrizione sintetica , se non in termini teorici, quindi un evento non è frutto di un numero limitato di fattori, come è sempre considerato, a partire dalla fisica classica, ma ogni cosa è disposta all’interno di un sistema olistico, omnicomprensivo, dove è impossibile, per un uomo, valutare tutti gli elementi che vi interagiscono.
Al posto del termine olistico, che è di estrazione umanistica, preferisco utilizzare il termine sistema complesso che è di derivazione scientifica. Lo studio della complessità ha permesso di tracciare alcune leggi deterministiche che possono permettere la formulazione di possibili previsioni.
Certo è più facile sezionare un micro ambito ed osservarlo, certo l’interferenza di elementi lontani ha meno possibilità di interazione rispetto quelli più vicini. Ma questa non è una regola assoluta.
Un esempio può essere il cambiamento ambientale, casuale, che ha portato alla distruzione, pressoché improvvisa, degli esseri viventi che dominavano la terra nel periodo jurassico, decretando la scomparsa dei dinosauri ed il conseguente sviluppo dei mammiferi.
Ora ritorno ad un livello di discussione biologica, appare chiaro che una piccola modificazione genica può dare origine a numerose varietà fenotipiche in relazione ai substrati ambientali disponibili, da qui le numerose specie animali e vegetali presenti sulla terra.
Va inoltre evidenziato che le modificazioni geniche che comportano la produzione di un nuovo enzima devono essere compatibili con gli equilibri interni dell’individuo stesso, altrimenti possono causarne la morte.
Ritorno nuovamente ad un livello più generale; faccio spesso riferimento alla biologia, non perché è la scienza che mi è più congeniale ma perché e quella scienza che meglio esprime il concetto di individualità con la teoria evoluzionistica (sono gli individui che vengono selezionati, ma è la loro selezione che realizza le famiglie e le specie) . A mio avviso non esiste un altra branca dello scibile umano che riesca a valorizzare, con modalità così chiare, l’individualità, neppure la psicologia.
Prima di arrivare alla politica desidererei affrontare il concetto dell’interattività tra le componenti di un sistema. Abbiamo parlato di geni e di ambiente, la loro interazione ha permesso l’evoluzione che parte della cellula ed arriva all’uomo. Possiamo anche utilizzare un ottica più vasta e partire dall’energia (Big Bang) per arrivare alla mente (Delbruck) ma i geni e l’ambiente non sono antagonisti, sono parti di un sistema complesso, in costante autoorganizzazione (Kauffman) inoltre la complessità e le sue leggi appaiono le più idonee, al momento attuale, per interpretare i fenomeni biologici.
Ora possiamo affrontare il concetto di politica partendo dalle caratteristiche biologiche degli esseri viventi, Ogni essere vivente lotta per ottenere le risorse utili alla sua sopravvivenza. L’ameba si muove alla ricerca del cibo, lo fagocita quando lo trova, non si pone il problema se lo toglie ad un'altra ameba o se fagocitando tutto quello che è disponibile , un domani, resterà senza cibo. Nelle forme prulicellulari la sopravvivenza porta alla competizione animale, alla lotta con i propri simili o verso animali di altre specie.
Alcuni animali hanno geneticamente un corredo neuroendocrinologico che li spinge a vivere una vita solitaria, ricercando la compagnia di un loro simile solo nel periodo degli accoppiamenti. Altri invece hanno un indole sociale ed il loro sistema neuroendocrino e comportamentale gli permette la convivenza con i propri simili. Non è possibile considerare uno di questi comportamenti superiore, in quanto entrambi risultano efficaci per la sopravvivenza della specie. Sono solo il frutto di adeguamenti autoorganizzativi realizzatisi nel corso dell’evoluzione.
L’uomo deriva dalla scimmia, affermazione convalidata dalla similitudine genica e dai reperti fossili.
Entrambi presentano caratteristiche sociali.
L’uomo ha sviluppato, nel corso dell’evoluzione, un potenziamento delle sue capacità cerebrali, gia riscontrabili, in forma più semplice, nelle scimmie. In entrambi è presente la capacità di ripetere le informazioni visive delineando nel cervello dell’osservatore tutto il percorso motorio che ne permette la realizzazione = sistema visuomotorio ( Neuroni Mirrors)( Galliani). La strutturazione dele società più complesse prevede l’istaurarsi di gerarchie ( Lorenz).
La convivenza sociale è possibile grazie alla capacità degli individui di collegarsi con gli altri soggetti del gruppo, per prevedere il loro comportamento ed ad esso adeguarsi (empatia).
Ciò porta anche alla simulazione e alla contraffazione per raggiungere i propri scopi.
Per l’inaridimento della terra, le scimmie sono state costrette a scendere dagli alberi e vivere nelle savane, diventando particolarmente vulnerabili, non potendosi più proteggere sulle cime degli alberi, hanno potuto sopravvivere solo grazie allo sviluppato delle loro capacità mentali. Tali capacità mentali hanno favorito l’utilizzo di strumenti che a loro volta, in un processo coevolutivo, hanno stimolato ulteriormente lo sviluppo del cervello.
Peraltro l’aumento di volume del cervello umano non deriva dall’aumento di nuovi centri operativi, ma da un aumento dei loro collegamenti.Quindi l’uomo presenta un cervello disponibile alla socializzazione, empatia, contraffazione, opportunismo, in quanto selezionato evolutivamente. A favorire ulteriormente lo sviluppo mentale ha partecipato anche l’acquisizione della comunicazione verbale che, in quanto simbolica, apre spazi all’astrazione (religione, fantasia, programmazione).
Partendo dalla pulsione geneticamente determinata di dominare, la parola viene utilizzata per coordinare il gruppo (memetica). Questa capacità regolatrice se inizialmente aveva una valenza prevalentemente genetica e poco premeditata, col tempo è diventa sempre più utilizzata, per soggiogare gli altri componenti del gruppo. Ecco che se l’uomo impara ad usare la parola, la parola arriva a soggiogare l’uomo.
In nome di un ideale o di una religione esistono persone capaci di sacrificare la loro vita.
Sino a che punto questo comportamento è geneticamente determinato e sino a che punto invece è frutto delle regole che tramite la parola e la scrittura l’uomo si è imposto? Come è possibile valutare la valenza di queste componenti di fronte a situazioni diverse?
La socialità ci appare come frutto di una componente genetica, che contraddistingue ogni singolo individuo predisponendolo, in misura diversa, a coordinarsi con i suoi simili o a prevaricarli con l’utilizzo della forza o della parola, ecc.
La parola si esprime attraverso una serie di regole che possono essere geneticamente determinate (es. l’incesto è biologicamente evitato dalla presenza dei feromoni che tendono ad allontanare il desiderio di accoppiamento tra consanguinei, evitando l’indebolimento della stirpe) altre sono convenzioni del tutto arbitrarie che hanno l’unico valore di uniformare il comportamento del gruppo
Trovo quindi limitativo parlare della classe lavoratrice in opposizione a quella industriale in quanto entrambi fanno parte di una società.Trovo invece importante, in una società avere la possibilità di poter disporre di percorsi di interscambio gerarchico, in base alle capacità individuali.
Per meglio esprimere le relazioni sociali , farei riferimento alle leggi che governano le strutture complesse. Le strutture complesse sono formate da vari componenti che interagiscono tra loro, e devono la loro disposizione strutturale alle regole informative che correlano le loro parti.
Una modificazione di una relazione può modificare l’intera struttura, altre volte può essere tamponata dalla modulabilità delle strutture adiacenti.
Nell’ambito della società l’interazione tra gli individui dipende dalle regole che questi individui hanno costruito tra loro, una parte di queste regole ha delle forti basi genetiche, mentre altre regole sono solo convenzioni verbali o comportamentali .E’ su questa seconda componente che abbiamo maggiore possibilità di interazioni. E’ possibile quindi modificare le basi culturali di una società modificando le regole di relazione tra gli individui.
Penso che le regole fondamentali debbano essere indirizzate a permettere la realizzazione individuale più ampia possibile, e dia la possibilità di attuare interscambi gerarchici in relazione alle capacità individuali
Purtroppo l’individuo ha capacità limitate di prevedere le conseguenze delle sue azioni e delle sue idee. Concluderei con Maturana dicendo che tutto quello che viene detto è detto da un osservatore ( con un suo cervello con un suo modo di percepire l’ambiente, con delle sue regole arbitrarie per rilevare i nodi concettuali che reputa utili per interpretare gli avvenimenti dell’universo, compreso tutto quello che si è detto in questa sede, e affermando che molto di quello che definiamo potere viene realizzato dalle interazioni consapevoli o inconsapevoli che gli individui si danno o accettano che gli vengano dati.
SANDRO ELLENA CHIAVARI (IT)
MELINDA RACKHAM (AUSTRALIA)
Sul DNA più che riflessioni mi vengono in mente ricordi e associazioni di idee. Da quando l'ho studiato al liceo, a scienze, da quando l'ho studiato all'università, a medicina, nell'esame di biologia, la struttura scoperta da Watson e Crick mi ha sempre affascinato. Ricrea nell'infinitesimamente piccolo l'infininito dell'otto, dell'elica, dell'avvitarsi delle cose su se stesse. E' il predominio della curva sull'angolo retto, della ripetizione e del divenire sull'essere parmenideo, sul monolite e sulla monade assoluta di Leibnitz, ma prima ancora di Platone. Se tutto nell'universo è curvo, anche la luce (per quel che ne sappiamo), in fondo, in misura strutturalmente piccola, microscopica, è normale che la geometria dei luoghi e dei volumi sia non euclidea. E questo può dare la stura a infinite invarianti.
Un'altra cosa interessante, sempre in tema di DNA, è l'idea di comunanza delle forme viventi, all'interno di un gioco combinatorio infinito. Come dire che siamo tutti figli della medesima struttura vivente, ma in forme organizzate, sempre più complesse, totalmente variabili.
Poi, da qui, mi viene in mente una delle mie band preferite, i DNA di Arto Lindasy, che ho seguito fin dalla prima volta che li ho sentiti, nella raccolta NoNewYork, curata da Brian Eno (1980 o 81, non ricordo bene), assolutamente monocordi e insensati, eppure semplicemente travolgenti, capaci di scuoterti fin da dentro, fin nel midollo.
Arto l'ho conosciuto l'anno scorso, a Bologna, nel corso di Netmage. Era proprio come me lo immaginavo (ma qualcosa avevo saputo dai miei amici Cuoghi e Corsello, che oltre dieci anni fa l'avevano ospitato col loro gruppo, gli RN, sempre a Bologna).
Credo che tra musica (ripetitiva come quella dei DNA) e struttura della vita ci sia un nesso straordinario. Io stesso nel 1984 ho lavorato ad un progetto di destrutturazione di un brano di Bach, tradotto in moduli matematici e poi geometrico-spaziali, in modo da creare un oggetto di design. Si trattava di una libreria fatta di libri, potenzialmente infinita. Sì, il rapporto tra architettura e musica è molto stretto, così come possiamo parlare, con il DNA, di architettura della vita, no?
E l'architettura non è forse la prima forma d'arte, nella storia?
ROBERTO CASCONE MILANO
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